La Via dei Ciaghi

La via dei Ciaghi alla parete nord est del Crozzon di val d'Agola

E’ il 20 giugno 2014: la famiglia Ciaghi fa una svolta decisa nella propria vita; Matteo e Doriana con i figli Nicolò, Jacopo e Irene si trasferiscono in val di Brenta a quota m. 1175 in località Pra de la Casa nella struttura che precedentemente ospitava il vivaio forestale di proprietà della Comunità delle Regole Spinale e Manez la quale, a seguito di uno studio finalizzato alla conservazione e valorizzazione del territorio, ha voluto dare nuove possibilità di lavoro alla popolazione residente e con un intervento di ristrutturazione certosino ha creato il miglior biglietto da visita per l’ingresso a questa magica valle.

Ora la casa per ferie Pra de la Casa dispone di 7 camere con 25 posti letto e un eccellente servizio di ristorazione per i propri ospiti.
Nell’inverno di quell’anno per curiosità entro nella struttura e chiedendo informazioni sono subito colpito dal calore che queste persone e questo luogo sprigionano: da allora non ho più smesso di frequentarle: Matteo sempre disponibile a cucinare per me e tutti gli amici con cui arrivo; Doriana ci ha reso dipendenti con le sue deliziose torte; con il passare degli inverni ho visto crescere i loro figli: Nicolò è ora più alto di me, ormai ometto posato e intelligente con cui a volte ho parlato della mia montagna; ho cenato spesso con Jacopo, inizialmente silenzioso e riservato, era per me un successo vederlo sorridere o sentirlo parlare; e Irene… una vulcanica bambina alla quale non si può non voler bene. Loro crescevano mentre io passavo gli inverni ad arrampicare sulle pareti e cascate di ghiaccio della zona. Poi nell’agosto 2015 arriva la cucciolotta Rasa e il mio primo incontro con lei è stato amore a prima vista; mi guarda e accasciandosi a terra con la pancia all’aria si predispone alle coccole. L’anno successivo Rasa sforna 9 cuccioli e di questi Laras resterà al Pra de la Casa: è ormai prassi che i primi cinque minuti al mio arrivo sono dedicati alle feste reciproche.
Ho sempre trovato un pasto a qualsiasi ora, un caffè per farmi stare sveglio nel rientrare a casa, anche in caso di affollamento c’è sempre stato un letto per dormire, ma la cosa più importante che non è mai mancata è la cordialità, il sorriso, le chiacchiere con delle persone splendide che hanno saputo dare vita al Pra e che forse hanno realizzato il loro sogno. Il Pra è tale perché ci sono i Ciaghi, non potrei immaginarmelo senza di loro.
Quindi l’idea di dedicargli la via è nata spontanea, ne parlo con Maurizio subito dopo l’apertura della via mentre è seduto a mangiare uova e speck cucinate da Matteo: è assolutamente d’accordo e, contrariamente ai miei tempi biblici per decidere il nome di una salita, incredibilmente è deciso all’istante.
Ormai sono anni che passo sotto il Crozzon della val d'Agola, l’ho sempre scrutato, ma la parete è molto complessa e ampia, fatta di canali, spigoli, pareti, colate di ghiaccio, torrioni di roccia; non si riesce mai a guardarla nella sua completezza. Passando ai suoi piedi la visione che si ha è sempre parziale; intuisci la prima parte ma non ne vedi la fine, in alto le linee immaginarie che tracciavo si perdevano sempre in un dedalo complicato di roccia.
Ci sono state condizioni particolari qualche anno fa che non sono riuscito a cogliere ma quest’anno la prima sezione è ottima, una colata di ghiaccio arriva fino a terra aprendo la porta verso l’alto: non si può perciò lasciare perdere l’occasione.
Un fine settimana salgo per la terza volta con Maurizio con l’intenzione di ripetere la via Valeria alla parete ovest del Crozzon ma per l’ennesima volta dobbiamo ritirarci, questa volta le condizioni molto instabili del manto nevoso ci fanno desistere, deviamo perciò alla base di questa colata e decidiamo di andare a buttare un occhio.
Saliamo per tre tiri di ghiaccio, poi la mancanza di chiodi da roccia non ci permettono di proseguire ma l’appuntamento è solo rimandato. Il 12 febbraio torniamo all’attacco, guadagniamo velocemente i tre tiri fatti e ci inoltriamo alla scoperta del terreno vergine.
La salita prosegue piacevole e non difficile alternando goulotte, canali, pendii e tratti di misto; l’ambiente è notevole, man mano che ci si alza il fondo valle tende a nascondersi nelle pieghe della montagna isolandoci quasi completamente, svettano invece le cime del versante opposto e sopra il rifugio Brentei: la schiera delle punte di Campiglio, cima Brenta con i suoi 3.150 metri, poi in successione la torre di Brenta, gli Sfulmini, il campanile Alto e Basso e l’imponente parete della Brenta alta che digrada fino alla bocca di Brenta a 2.552 metri di altezza.
La neve è ottima, i canali sono stati percorsi da grandi valanghe che partendo dalla parete sommitale si sono accumulate alla base e scivolate fin giù nel fondo valle consentendoci di arrivare all’attacco senza troppa fatica. Arrampichiamo e ci fermiamo ad attrezzare le soste quasi sempre su roccia, con protezioni veloci, i tiri sono tutti a fine corda e fortunatamente troviamo quasi sempre un posto perfetto per fermarci. Arriviamo in un punto dove potenzialmente si potrebbe andare anche a dx, faccio il punto della situazione con Maurizio, vediamo dei bei camini e fessure in alto imbiancate al punto giusto da presumere una bella progressione su terreno misto ma bisognerebbe abbassarsi, attraversare e poi risalire per portarsi in quella direzione, ci sembra di uscire dalla linea logica della salita fatta fin ora, manteniamo perciò il programma iniziale e con un corto tiro ci avventuriamo verso il grande nevaio centrale.
Saliamo ora in conserva lunga: questa tecnica ci consente di procedere in contemporanea ma necessita di un buon feeling e padronanza dei reciproci mezzi. Proseguo su bella neve portante, alternando qualche tratto su riporti causati dal forte vento dei giorni precedenti, si fatica maggiormente ma oggi le previsioni meteo davano venti a 60/70 km orari, le nuvole in quota corrono molto veloci; per ora siamo stati investiti solo da qualche raffica e tutto sommato ci riteniamo fortunati.
Da metà nevaio finalmente si delineano le tre possibilità: la prima a sinistra dopo una breve goulotte iniziale si immette in un canale perdendosi poi su terreno più aperto in pendii poco interessanti; la seconda al centro potrebbe essere salita su una bella colata di ghiaccio che una settimana fa non esisteva, poi attraverso altri canali porta a una selletta; noi invece avendo osservato la parete da una foto di Maurizio fatta dal Grostè puntiamo sulla terza per arrivare sulla vetta del Crozzon di val d'Agola a quota 2.673 metri. Ma il percorso non si mostra ancora per intero, poi ecco quella che sarà la chiave verso l’alto, un ripido nastro di ghiaccio che alterna neve dura e in alcuni tratti roccia compatta, sale verticalmente restringendosi fino ad entrare in uno stretto camino e sparire dalla nostra vista. C’è ancora un’incognita, ma è proprio questo che alimenta con forza la nostra voglia di salire; il non sapere cosa ci aspetta dietro l’angolo ci stimola sempre più ad andare avanti…
Punto in quella direzione, d’improvviso la neve comincia ad aprirsi sotto i miei piedi mostrandomi un profondo buco, lo evito a sinistra ma questo spostamento non mi permette di ritornare nella direzione voluta, sono costretto a fare un largo giro, il terreno è ripido, la neve inconsistente e in prossimità delle rocce si aprono ancora pericolosi buchi. Mi proteggo con un friend poi dico a Maurizio di fermarsi ed assicurarmi, un successivo chiodo a lametta mi fa tirare un sospiro di sollievo, ma per arrivare al punto dove vorrei fermarmi devo percorrere ancora parecchi metri: la neve continua a sfondarsi sotto i ramponi facendomi perdere l’equilibrio, il pendio è sempre più ripido e una scivolata potrebbe avere conseguenze poco piacevoli; con molta attenzione proseguo fino ad arrivare alla base della goulotte e inserendo un cordino in una piccola clessidra formata da un masso incastrato, riesco a collegare due piccoli friend realizzando una buona sosta su tre punti; mi sento soddisfatto, sono arrivato dove volevo, ho scavato una comoda piazzuola e sono piazzato ottimamente per assicurare il mio compagno sul prossimo tiro che a prima vista pare essere ostico.
Ora è il turno di Maurizio, lo aspetta un tiro impegnativo e all’apparenza poco proteggibile; sale posizionando prima un micro friend e poi un cordino molto improbabile su uno spuntone; s’avvicina al passo chiave, pianta altissima una piccozza nella neve dura, in equilibrio precario estrae con una mano un chiodo, lo posiziona, estrae il martello, lo pianta con decisione e sale il difficile tratto scaricando alla fine la tensione con un suono vocale non ben definito e stupendomi ancora una volta per il suo self control. Termina il resto del tiro che continua sostenuto con protezioni aleatorie e restringendosi fino a sparire tra le rocce.
La successiva lunghezza si presenta con un largo camino che gradualmente si impenna e restringe; le pareti sono grigie, compattissime e levigate dall’acqua dei temporali estivi che vi scorrono all’interno, nella roccia nessuna fenditura, ci guardiamo arrivando contemporaneamente alla stessa conclusione e dicendoci “se la neve non è portante sarà veramente dura uscirne”… Fortunatamente la neve è lisciata e indurita dalle valanghe cadute, ripidissima ma ottima, posiziono due protezioni alla stessa altezza, una corda ogni rinvio, capendo che poi non riuscirò a proteggermi con altro; 60 metri tirati e arrivo ad un comodo posto per sostare. Un altro paio di facili tiri ci portano all’imbocco di un canale che si apre a pendio che con circa 150 metri di dislivello senza difficoltà ci porterebbe in cima…
Facciamo nuovamente il punto della situazione, io vorrei andare in cima e anche a Maurizio non dispiacerebbe; ma ci rendiamo conto che vorrebbe dire con buone probabilità bivaccare senza attrezzatura adeguata. La voglia di vetta è tanta, sarebbe una bella conclusione, gli propongo di proseguire ma lui mi risponde che la notte è lunga e non fa proprio caldo. Ne discutiamo per qualche minuto poi a malincuore iniziamo la lunga discesa che sarà tutta da attrezzare, siamo saliti per circa 800 metri di dislivello, abbiamo con noi parecchi chiodi ma la tipologia della roccia non li accetta molto volentieri e ci aspetta perciò un bel lavoro.
Facciamo le prime tre calate quando il giorno è ormai al termine, il resto avverrà alla luce delle frontali, non è sempre facile trovare la porzione di roccia adeguata ad ospitare gli ancoraggi; tra tante martellate, collegamenti di chiodi, dadi incastrati, abalakof e ingegno finalmente poggiamo i piedi a terra. Maurizio si avvia verso la malga, io mi attardo volutamente, mi dà molto piacere un poco di solitudine dopo una giornata di montagna in compagnia, i sensi si acutizzano e riesco a recepire tutto più profondamente. Mentre preparo lo zaino la luna sorge alle spalle della Brenta Alta, vedo il suo alone allargarsi, spunta il primo spicchio fino a mostrarsi completamente, è quasi piena e immensa, gradualmente si stacca dalle pareti, la neve candida si accende, le cime circostanti si illuminano a giorno, la sua luce è fonte di energia, la osservo a lungo prima di avviarmi sulla breve discesa, mi sento molto bene, sono appagato, non avverto stanchezza e la sua bellezza mi ripaga della lunga giornata.
Alla malga ci rifocilliamo e sciogliamo la neve per reidratarci, in tutta la giornata ho mangiato un cioccolatino, bevuto solo due tazze di the e ora ne pago le conseguenze: parte un crampo dolorosissimo all’interno della coscia destra che mi stende a terra, per solidarietà Maurizio pensa bene di imitarmi; il muscolo di nome sartorio reclama vendetta da entrambi!!
Il mio compagno deciderà di fermarsi a dormire, io preferisco scendere fino al Pra de la Casa, ci vogliono ancora un paio di ore ma saper di trovare un comodo posto per riposare e al mattino l’ottima e abbondante colazione di Matteo mi alletta molto!! Riempio il saccone che è ritornato “odioso” e prima di uscire Maurizio è già sprofondato nel sacco a pelo abbracciato a Morfeo.
La discesa scorre veloce fino a che il sartorio mi ricorda di essere ancora presente e non in ottime condizioni, mi stende ancora…. Sono obbligato a calzare i ramponi fin dall’inizio della discesa, la neve è ghiacciata e dopo la teleferica del rifugio Brentei una lastra di ghiaccio copre tutta la strada, questa scomoda camminata di conseguenza mi procura due grosse vesciche sui talloni che mi faranno gradita compagnia fino alla fine.
Arrivando in vista del Pra Rasa e Laras mi sentono da lontano abbaiando come fossi uno sconosciuto, poi riconoscendomi cambiano il latrato fino a tacere completamente: loro mi saltano addosso felici e io inizio i canonici cinque minuti di coccole!!

Via: "La via dei Ciaghi" al Crozzon di val d'Agola

Apertura: Parolari Roberto e Piccoli Maurizio il 12/02/2020
Primo tentativo il 01/01/2020

Sviluppo: 830 m

Difficoltà max: IV, WI 4, M5.

Materiale: viti da ghiaccio corte e medie, 1 serie di friends (fino al 3 camelot) anche micro, nuts, 2 corde da 60 m, martello e chiodi da roccia.

Esposizione: Nord Est, la via prende sole solo nella parte superiore al mattino, il resto è sempre in ombra

Avvicinamento:
Da S. Antonio di Mavignola in auto fino alla casa per ferie Pra de la Casa, poi per la val di Brenta bassa fino alla baita di Brenta alta (ottimo punto d’appoggio per la notte) ore 1,45 min, dalla baita per 5 minuti in direzione Crozzon di Brenta poi a destra sulla verticale dell’evedente cascata del primo tiro risalire il pendio fino al suo termine sotto la parete (ore 0,40).

Discesa: in doppia lungo la via. Dalla sosta dell’ultimo tiro giù direttamente nel canale centrale senza ritornare verso gli ultimi due tiri. Con la prima doppia sullo spuntone del 15° tiro con 60 m reperire una zona di ghiaccio e con una Abalakof si arriva alla sosta della goulotte della fine del 12° tiro. Con una calata fino alla base del 12° tiro, poi le doppie superano il grande nevaio stando fuori via e sulla dx faccia a monte. Con una calata da 60 m giù diritti fino a una sosta con chiodo e nut, altra calata da 60 m (porta sul nevaio) in obliquo verso dx sosta su roccia, altra calata da 60 m in obliquo a dx sosta su mugo, altra calata da 50 m porta alla sosta della fine del 7° tiro. Da qui calarsi fedelmente fino alla sosta del 5° tiro e ora senza ritornare alla base della rampa del 4°, con una calata da 60 m diritti prima su pendio e poi sullo strapiombo sottostante andando poi verso sx e reperendo la sosta su roccia con tre chiodi sopra un labbro nevoso. Ora in calata obliqua a sx fino alla sosta su ghiaccio della fine del 3° tiro. Ora con tre Abalakof rispettando le soste in salita si arriva alla base.
N.B. ci sono diversi tratti che con attenzione e buona gestione della discesa si possono scendere disarrampicando, ognuno faccia le proprie considerazioni; le doppie sono comunque tutte attrezzate.

Dettaglio tiri

lunghezza – difficoltà

Materiale sul tiro

 

Materiale in sosta

Note

1° tiro

60 m

WI 4

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Sotto la verticale della frangia sospesa salire la cascata in obliquo a dx fino alla sua fine, uscire su pendio nevoso e proseguire fino a fine corda a una fascia ghiacciata dove si sosta su ghiaccio

2° tiro

30 m

Neve a 30°

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Salire su pendio nevoso fino alla base della cascata successiva e andare a sostare a dx su ghiaccio

3° tiro

60 m

WI 4°

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Salire la bella cascata uscendo poi su pendio nevoso e andare a sostare in alto alla base di una piccola colata di ghiaccio

4° tiro

60 m

Neve a 30/40°

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Dalla sosta traversare qualche metro a dx e rimontare sul nevaio superiore con un passaggino su roccia e andare in obliquo a dx puntando alla base di un corto canale nevoso, sostando a dx con sosta su roccia con friend

5° tiro

60 m

Neve a 40°

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2 nut con cordino di calata

Salire il canale nevoso e alla sua fine a sx con un breve passaggio roccioso si risale la rampa nevosa che immette nel canale nevoso andando a sostare a sx su roccia

6° tiro

60 m

Ghiaccio a 65° neve a 40°/45°

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2 chiodi con cordino di calata

Risalire il canale nevoso fino al risalto e con bei passaggi di misto superare il risalto per continuare nel canale e andare a sostare su roccia a dx

7° tiro

60 m

Neve a 50°/55°

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2 chiodi con cordino di calata

Salire verso dx in direzione dei mughi, oltrepassare il tratto ripido e in leggero obliquo a sx andare a sostare comodamente contro la parete rocciosa

8° tiro

30 m

M 2 neve a 45°

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Mughi

Dalla sosta andare a sx in direzione della pianta secca (direzione Crozzon) e salire per roccette e neve fino ad uscire a sx su neve andando a sostare su mughi.

9° 10° 11° tiro

200 m

Neve a 40°/55°

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2 chiodi con cordino di calata

Dalla sosta in obliquo a sx per tutto il grande nevaio rientrando poi con un traverso di 25 m a dx puntando alla goulotte che in alto si incassa in uno stretto camino.

Percorso in conserva. N.B. Si può anche evitare di aggirare a sx tutto il nevaio salendo direttamente per placche con neve dura sotto la verticale della goulotte successiva.

12° tiro

60 m

M5

1 chiodo

2 chiodi con cordino di calata

Salire l’esile colata che pian piano si raddrizza fino al passo chiave protetto da 1 chiodo, con toppe ghiacciate e poco ghiaccio superarlo continuando diritti fino ad entrare nello stretto camino, proseguendo fino alla sua fine e andando a sostare all’uscita a sx su roccia. Tiro PSICO

13° tiro

60 m

65°/70°

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1 chiodo

Risalire il canale fino a che si restringe e diventa più ripido, uscire andando a dx (no piccolo anfiteatro a sx) e per pendio andare a sostare a dx su roccia.

N.B. Una volta usciti dal ripido canale si può andare a sx alla base di una sezione di misto.

14°tiro

60 m

Neve a 40° roccette e ancora neve

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Continuare nel canale e entrare nel pendio svoltando a sx, continuare a salire e andare a dx fine corda sostando su spuntone

15° tiro

30 m

Neve e roccette

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Fettuccia su spuntone

Continuare su pendio e roccette, traversando poi a sx per entrare in un canale bacino andando a sostare su roccia al centro del canale

 

       

Con circa 150 m di terreno facile si arriva in vetta a cima Fracingli. Noi non li abbiamo saliti

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